Ambientato a Roma tra il 1938 e il 1943, il film ripercorre la straordinaria storia di Elena Di Porto, una donna ebrea romana, forte, indipendente e coraggiosa, che sfidò il regime fascista per salvare molte vite e segnò la storia del ghetto ebraico di Roma durante il fascismo e l’occupazione nazista.
Essere diversi richiede coraggio, si rischia di essere emarginati e puniti. I ribelli, però, intuiscono per primi quando qualcosa limita la libertà, e reagiscono anche in solitudine. Così fa Elena. È una donna fuori dagli schemi: separata dal marito, indossa i pantaloni, fuma, beve e gioca a biliardo. Per questo la chiamano “Elena la matta”, ma a lei non importa. Viene arrestata più volte per aver affrontato i fascisti che controllano il quartiere, e quando i nazisti occupano Roma si unisce alla Resistenza e riesce a scoprire in anticipo i piani del rastrellamento del ghetto, avvenuto il 16 ottobre 1943. Cerca di avvisare i suoi concittadini, ma come possono crederle se da tutti è considerata solo una matta?
Una storia Vera
Co-Sceneggiatrice
Il film
La storia di Elena Di Porto, passata alla memoria come la matta di piazza Giudia, è una di quelle vicende che il tempo ha provato a mettere a tacere ma che, ostinate, tornano sempre a galla. Negli ultimi anni è stata riscoperta e raccontata attraverso libri, podcast e anche a teatro, grazie allo spettacolo portato in scena da Paola Minaccioni. Già Giacomo Debenedetti fu tra i primi a dar spazio alla sua figura: nel libro 16 ottobre 1943 sembra essersi ispirato proprio a Elena per il personaggio di Celeste. E la sua presenza, come un’eco lontana, si avverte anche tra le pagine de La Storia di Elsa Morante.
Non è un caso. Quella di Elena Di Porto è una storia vera. E per molti motivi, è una storia che non può essere dimenticata.
C’è stato un tempo, non così lontano, in cui una donna che non accettava le regole, che soffocava dentro convenzioni strette e voleva vivere secondo la propria natura, veniva facilmente etichettata come “pazza”. Rinchiusa, corretta, repressa. Elena Di Porto è stata una di quelle donne. Già poco più che adolescente, venne internata al Santa Maria della Pietà non per una malattia, ma per il suo carattere: ribelle, indipendente, ingestibile per chi voleva domarla.
Eppure, quella “cura” non fece che rafforzarla. Elena non si piegò. Rimase ostinatamente se stessa, senza vergogna e senza paura. Per questo, nel Ghetto di Roma, tutti la conoscevano come la matta di piazza Giudia.
Una volta uscita dall’ospedale, provò ad adattarsi a una vita più “normale”: si sposò, ebbe due figli. Ma quel ruolo le stava stretto come una gabbia, e non esitò a lasciare il marito pur di non tradire sé stessa.
Elena non aveva un carattere facile. Era impulsiva, diretta, pronta a rispondere colpo su colpo. Chi l’ha conosciuta racconta che, se necessario, non esitava nemmeno a usare le mani. Un’indole così non poteva che scontrarsi con il regime fascista.
Finì al confino per quasi due anni dopo aver aggredito alcune guardie che se la stavano prendendo con un uomo colpevole soltanto di leggere il “giornale sbagliato”, considerato sovversivo.
Tornata a Roma, rientrò nel Ghetto. Secondo alcune testimonianze, prese parte ad azioni di sabotaggio. Ma il momento che ha consegnato definitivamente Elena alla storia è quello legato al 16 ottobre 1943, il giorno del rastrellamento degli ebrei romani. All’alba, i nazisti invasero il Ghetto, trascinarono famiglie intere fuori dalle case, le caricarono sui camion e poi sui treni diretti ad Auschwitz.
La sera prima, Elena aveva capito. Aveva saputo. E non rimase in silenzio. Girò per il quartiere avvertendo tutti, gridando ciò che stava per accadere, cercando di salvare quante più persone possibile. Ma in pochi le credettero. Era “la matta”.
Lei, però, mise al sicuro i suoi figli.
Quando arrivò il momento, Elena avrebbe potuto restare nascosta. Era già salva. Ma vedendo la cognata e i nipoti sul punto di essere deportati, non resistette. Tornò indietro.
“I figli miei sono salvi, fammi salvare pure i figli tuoi”, racconta un testimone nel documentario di Sergio Zavoli sul rastrellamento del Ghetto.
Non ci riuscì. Elena Di Porto scelse allora di salire al posto loro sui treni della morte. Non tornò mai più.
La sua ribellione, la sua “follia”, furono in realtà un atto estremo di lucidità, di amore e di coraggio. Per questo la sua storia va raccontata. Non come una leggenda, ma come ciò che è stata davvero: una vita spezzata che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Alessandra Kre è nata a Roma, attrice, sceneggiatrice, drammaturga e storica del cinema italiano. In tenera età capisce che la vita reale spesso non è come la desideriamo, che il suo personaggio è monocorde e che la sua storia non è abbastanza avvincente, e così scrive un’altra vita, un altro personaggio e un’altra storia; ma siccome Alessandra è atavicamente affamata di emozioni (scrivere “megalomane” sul proprio sito personale pare brutto), un’altra vita sola non la soddisfa: perciò, decide di cominciare a scrivere tante vite, tanti personaggi, tante storie.
Nel 2014 una di queste vince il primo premio della sua carriera, un “Hello Series Award” che Ivan Cotroneo le consegna alla Casa del Cinema di Roma , per la sceneggiatura della webserie “them” .
Dal 2018 porta a teatro “Donne de Roma”, di cui (oltre a interpretarlo) scrive la drammaturgia. Lo spettacolo viene premiato come “Miglior drammaturgia 2018” da Pocket Art in Rome.
Dal 2018 al 2020 scrive altre serie per il web e la tv , cortometraggi e altri spettacoli teatrali, spesso a tre o quattro mani (con gli amici Alessio Di Cosimo, Beppe Braida, Stefano Sarcinelli, Massimiliano Franco) ma nessuno di questi vede la luce; è per questo motivo che Alessandra decide, allora, alla fine del 2020, di appendere la penna al chiodo e di dedicarsi al doppiaggio , sostenendo una serie di provini che, nel settembre dello stesso anno, la fanno arrivare tra i 30 finalisti (su 1500 candidati) del “Dubbing rejuvenation” di Claudio Sorrentino .
Agli inizi del 2021, non potendone fare a meno (forse la caratteristica più sostanziale della sua esistenza), riprende la penna in mano e a dicembre fa il suo esordio letterario col “Vademecum per sprovvedute in amore” , illustrazioni di Andy Ventura, prefazione a cura di Giancarlo Magalli . È il 2022, quando scrive il soggetto e la sceneggiatura del docufilm “Come un padre” (per la regia di Alessio Di Cosimo, disponibile dal 2 novembre 2022 su Prime Video ) e il 2023 quando revisiona la sceneggiatura del film “L’età giusta” (ancora una volta per la regia di Alessio Di Cosimo, disponibile dal 24 dicembre 2023 su Paramount+ ).
Nel febbraio del 2022 vince il bando del Ministero della Cultura per la concessione dei contributi selettivi per la “Scrittura”, con il lungometraggio “La guerra di Elena” (fu “Elena la matta”).
Nel luglio del 2022 lo script del medesimo lungometraggio vince il bando per la “Produzione”, e comincia la sua scalata verso il grande schermo.
Attualmente Alessandra si divide tra il lavoro di sceneggiatrice e drammaturga e quello di attrice e doppiatrice, e tra le varie produzioni che si contendono alcuni suoi progetti, che si augura di vedere presto sul grande (o piccolo) schermo.
Attualmente, Alessandra, malcelando la megalomania di cui sopra, si diverte anche a scrivere le sue biografie in terza persona.
Soggetto: Alessandra Kre, Francesca Della Ragione
Sceneggiatura: Alessandra Kre, Stefano Casertano, Francesca Della Ragione